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23 dicembre 2017
Preservare la biodiversità
23 dicembre 2017

Guida alle energie rinnovabili


ENERGIE RINNOVABILI 

 

È possibile affrontare il futuro sfruttando una sola risorsa alternativa? No, non può essere solo il fotovoltaico o solo l’eolico. Forse è possibile affrontare il futuro con tutti questi elementi insieme e uniti ad altri, che ci sono già o che saranno messi a punto dalla ricerca e dall’innovazione, che stanno collaborando alla costruzione delle basi del nostro futuro. Presa singolarmente, una tecnologia (come, ad esempio, l’uso delle biomasse) non può risolvere il problema energetico. Ma un approccio innovativo può insegnarci ad applicare alcuni valori, come il chilometro zero e l’uso sul posto, che ci permettano di usare tale tecnologia (anche le biomasse!) nel modo migliore e con un impatto minimo sull’economia alimentare mondiale e sulle quantità di coltivato e di prevenire gli sprechi che spesso ne limitano le potenzialità.

Le biomasse

La filiera energetica per il recupero delle biomasse è una delle fasi più delicate, in considerazione della deperibilità e della stagionalità del combustibile. In generale, sia i prodotti agroindustriali che gli scarti di lavorazione del legno sono favoriti sul piano logistico perché non sono legati a lavoro stagionale e spesso sono concentrati negli stabilimenti dove avviene la lavorazione di quei materiali. La vastità del territorio, l’assenza di un piano regolatore che ne determini in modo adeguato l’utilizzo e i problemi di organizzazione fanno sì che oggi le biomasse possano esprimere solo una piccola percentuale del loro potere. Una politica ambientale maggiormente attenta alle biomasse può garantire l’inizio di un percorso che potrebbe portare all’autonomia energetica quante più aziende o microrealtà possibili. Cerchiamo di scoprirle e scoprirne il possibile utilizzo passato, presente e futuro.

Cosa producono? Energia elettrica e calore: le principali tecnologie di conversione energetica delle biomasse sono la combustione, la gassificazione, la pirolisi, la fermentazione alcolica, la digestione anaerobica. Le tecnologie alternative più valide per l’utilizzazione energetica delle biomasse sono le seguenti:

  • combustione diretta, con conseguente produzione di calore per il riscaldamento domestico, civile e industriale o per la generazione di vapore (forza motrice per la produzione di energia elettrica)
  • trasformazione in combustibili liquidi di particolari categorie di biomasse coltivate, come le oleaginose (produzione di biodiesel attraverso l’estrazione degli olii e la successiva conversione chimica in miscele di esteri metilici) e le zuccherine (produzione di etanolo attraverso la fermentazione)
  • produzione di biogas mediante fermentazione anaerobica di reflui zootecnici, civili o agroindustriali. In questo caso, l’aspetto energetico riveste un ruolo complementare rispetto a quello più propriamente ambientale
  • produzione di gas combustibile a partire da legno, biomasse lignocellulosiche coltivate, residui agricoli o rifiuti solidi urbani, da usare per la conversione energetica. In tal caso, le prospettive offerte dai processi avanzati di gassificazione accoppiati ai cicli combinati sono particolarmente interessanti per gli elevati rendimenti di conversione energetica raggiungibili
  • combustibili solidi, liquidi o gassosi derivati direttamente dalle biomasse (es. legna da ardere) oppure ottenuti con un processo di trasformazione strutturale del materiale organico.

I biocarburanti

Il biodiesel è un biocarburante, cioè un carburante ottenuto da fonti rinnovabili quali olii vegetali e grassi animali, analogo al gasolio derivato dal petrolio. Il biocarburante rappresenta l’unica vera alternativa, sia in termini di riduzione della dipendenza dal petrolio sia in termini di benefici ambientali. Il biodiesel, per esempio, è un prodotto di origine vegetale, quindi totalmente biodegradabile; in caso di dispersione accidentale, non inquina né il suolo né le acque; è l’unico carburante che non contribuisce all’aumento di anidride carbonica nell’atmosfera, perché la sua combustione produce un’emissione di CO2 in quantità uguale a quella che assorbono le piante impiegate per la sua produzione. Contrariamente a quanto si creda, il biodiesel non è un olio vegetale puro e semplice come l’olio di colza, ma il risultato di un processo chimico (transesterificazione con alcol metilico) a partire da questo o altro componente biologico. Inoltre, attraverso un opportuno procedimento, è possibile trasformare biomasse di qualsiasi natura in BTL (Biomass To Liquid), un biodiesel ottenuto da materiale organico di scarto o prodotto appositamente con colture dedicate.

Di cosa si tratta? Il biodiesel è un prodotto naturale utilizzabile come carburante in autotrazione e come combustibile per il riscaldamento, con le caratteristiche indicate rispettivamente nelle norme UNI10946 ed UNI10947. È rinnovabile perché si ottiene dalla coltivazione di piante oleaginose di ampia diffusione ed è biodegradabile, cioè se disperso si dissolve nell’arco di pochi giorni, mentre gli scarti dei consueti carburanti permangono molto a lungo; garantisce un rendimento energetico pari a quello dei carburanti e dei combustibili minerali ed è affidabile nelle prestazioni dei veicoli e degli impianti di riscaldamento.

Come si produce? Il biodiesel si ottiene dalla spremitura di semi di piante oleoginose, quali colza, soia e girasole, e da una successiva lavorazione dell’olio, detta transesterificazione, che determina la sostituzione di alcuni componenti alcolici (glicerolo) con alcool metilico (metanolo). Questa lavorazione rende il prodotto di origine vegetale più simile al gasolio (di origine minerale), permettendone la completa sostituzione o la miscelazione. Oltre ad essere pulito ed economicamente conveniente, il biodiesel rappresenta una valida via per la differenziazione delle fonti energetiche, ricordando in proposito che l’Italia è il fanalino di coda della UE. Infine, non per importanza, presenta un vantaggio rispetto ai sottoprodotti dell’intero processo di produzione che, anziché essere degli imbarazzanti e scomodi scarti di lavorazione, costituiscono coprodotti nobili dall’alto valore aggiunto, in termini energetici ed economici.

Il bioetanolo è un etanolo prodotto mediante un processo di fermentazione delle biomasse, ovvero di prodotti agricoli ricchi di zucchero (glucidi) quali cereali, colture zuccherine, amidacei e vinacce. In campo energetico, il bioetanolo può essere usato come componente per benzine o per la preparazione dell’ETBE (etere etilbutilico), un derivato ad alto numero di ottano. Può essere usato nelle benzine in percentuali fino al 20% senza modificare il motore, o puro nel Motore Flex. Inoltre è possibile usare bioetanolo come combustibile all’interno di biocamini, sfruttandone il potere calorico per scaldare gli ambienti. Il processo di produzione del bioetanolo genera, a seconda della materia prima agricola utilizzata, diversi sottoprodotti con valenza economica destinabili, a seconda dei casi, alla mangimistica, alla cogenerazione, ecc.

Un po’ di storia – L’uso di carburanti di origine vegetale per autotrazione – in particolare l’etanolo – risale ai primi del ‘900, quando Henry Ford ne promosse l’utilizzo, tanto che nel 1938 gli impianti del Kansas ne producevano già 18 milioni di galloni/anno (circa 54.000 t/anno).

L’interesse statunitense per l’etanolo scemò dopo la Seconda Guerra Mondiale in conseguenza dell’enorme disponibilità di olio e gas. Ma negli anni ‘70, a seguito della prima crisi di petrolio, si ricominciò a parlare di etanolo e, alla fine del decennio, diverse compagnie petrolifere misero in commercio benzina contenente un 10% di etanolo, il cosiddetto gasohol, avvantaggiandosi del cospicuo sussidio fiscale concesso all’etanolo. Più recentemente, con l’approvazione degli emendamenti al Clean Air Act (1990) da parte del Congresso Americano, che imponevano un contenuto minimo di ossigeno nelle benzine destinate alle aree metropolitane più inquinate, si è ritenuto che i programmi di sviluppo per l’etanolo potessero ricevere una buona spinta.

Le cose non sono andate nella direzione sperata dagli “etanolisti” per la contemporanea presenza sul mercato di una sostanza analoga più forte dal punto di vista economico e prestazionale: l’MTBE. Comunque, oggi l’etanolo ripropone la sua candidatura, favorito anche dall’attenzione politica mondiale a ridurre le emissioni di CO2.

Come si produce? ll bioetanolo può essere prodotto mediante un processo di fermentazione da biomasse, ovvero da diversi prodotti agricoli ricchi di carboidrati e zuccheri quali cereali, colture zuccherine, amidacei e vinacce. Le materie prime per la produzione di bioetanolo possono essere racchiuse nelle seguenti classi:

  • coltivazioni ad hoc (mais, sorgo, orzo, bietola, canna da zucchero) e residui di coltivazioni agricole e forestali
  • eccedenze agricole temporanee e occasionali
  • residui di lavorazioni delle industrie agrarie e agroalimentari, rifiuti urbani.

In campo energetico, il bioetanolo può essere utilizzato come componente per benzine o per la preparazione dell’ETBE (etilterbutiletere), un derivato alto-ottanico alternativo all’MTBE (metilterbutiletere). Può essere aggiunto nelle benzine fino a una percentuale del 20% senza modificare in alcun modo il motore o, adottando alcuni accorgimenti tecnici, anche il 100%. Il processo di produzione di bioetanolo genera, a seconda della materia prima agricola usata, diversi sottoprodotti con valenza economica (destinabili, a seconda dei casi, alla mangimistica, alla coproduzione di energia elettrica e calore ecc.).

La questione ambientale – La spinta più forte allo sviluppo dei biocarburanti è sempre stata quella di tipo ambientale. In Italia, il Libro Bianco sulle fonti rinnovabili approvato dal CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) nel 1999 afferma che: “Il particolare interesse verso la filiera dei biocombustibili bioetanolo e biodiesel […] è collegato alla necessità di individuare soluzioni praticabili per il contenimento dell’inquinamento, soprattutto nelle grandi città, causato dai combustibili fossili usati per i trasporti. Il traffico stradale è, infatti, responsabile per il 93% delle emissioni di ossido di carbonio, il 60% di quelle di idrocarburi e ossidi di azoto, il 12% di anidride carbonica; i biocombustibili, di contro, sono di origine vegetale e quindi non contribuiscono all’emissione di anidride carbonica nell’atmosfera, non contengono zolfo, contengono nella loro molecola ossigeno consentendo una significativa riduzione delle emissioni di ossido di carbonio e di composti incombusti ed evitano l’emissione di altre sostanze nocive associate alla combustione di combustibili fossili.”

La nostra sperimentazione sull’uso del bioetanolo nel settore alberghiero:


L’impianto solare per l’acqua calda e la produzione di energia

L’energia solare è la fonte più diffusa sulla terra: rinnovabile, disponibile, gratuita e in quantità largamente superiore ai fabbisogni energetici della popolazione mondiale. Oggi utilizziamo solo una piccola quantità dell’enorme quantità di energia che ci giunge dal sole e la strada da percorrere è ancora lunga  per uno sfruttamento su grande scala. Naturalmente l’energia solare non può sostituire completamente quella prodotta dai combustibili fossili, ma, come dimostra l’esperienza europea, può efficacemente integrare il fabbisogno energetico delle famiglie.

Il pannello solare (collettore) serve a catturare l’energia che dal sole giunge sulla terra e a convertirla in calore (conversione fototermica). Tale energia viene poi inviata ad un fluido termovettore che circola all’interno del convettore stesso o del tubo di calore.

La caratteristica principale che identifica la qualità di un collettore solare è l’efficienza, intesa come capacità di conversione dell’energia solare in energia termica. Nei pressi del collettore solare o di un locale caldaie viene collegato il serbatoio di accumulo dell’acqua calda, ove avviene lo scambio di calore fra il fluido termovettore e l’acqua contenuta nel serbatoio. Cedendo il calore ricevuto dal sole allo scambiatore di calore, il fluido riscalda l’acqua contenuta nel serbatoio ad una temperatura che può raggiungere anche 60-70°.

Il pannello solare classico (collettore piano vetrato) raccoglie l’energia del sole attraverso:

  • un assorbitore all’interno del quale è inserito un fascio di tubi in cui scorre il liquido termovettore del circuito primario;
  • una lastra di vetro che protegge l’apparato, assorbe, scaldandosi, i raggi solari e li trasforma in radiazione infrarossa che, trattenuta nel vetro, provoca una specie di effetto serra;
  • un isolante termico (in fibra di vetro o in polieturano espanso) posto nella parte sottostante del pannello;
  • una scocca in lamiera che assembla le parti e conferisce robustezza e stabilità al pannello.

I collettori solari a piastra selettiva  subiscono un trattamento elettro-chimico che consente di ottenere una superficie di colore nero, con alto coefficiente di assorbimento e basso coefficiente di riflessione; quindi, sono pannelli con un buon rendimento anche durante i mesi invernali.

Nei collettori solari sottovuoto il calore raccolto da ciascun elemento (tubo sottovuoto) viene trasferito alla piastra presente nel tubo. In tal modo il fluido termovettore si riscalda e, grazie al vuoto, minimizza la dispersione di calore verso l’esterno. Tali pannelli hanno un ottimo rendimento in tutti i mesi dell’anno e sono particolarmente adatti ad essere installati nelle zone a insolazione mediobassa, anche con condizioni climatiche rigide.

Nei pannelli con serbatoio integrato l’assorbitore di calore e il serbatoio di accumulo sono compresi in un unico oggetto e l’energia solare giunge direttamente a scaldare l’acqua accumulata. Per effetto del principio che l’acqua calda tende a salire e quella fredda a scendere, si viene a creare all’interno del serbatoio un moto convettivo che distribuisce il calore captato a tutta la massa d’acqua. Tali pannelli, tuttavia, non sono idonei all’utilizzo nelle località con inverni rigidi e lunghi, poiché il loro rendimento è basso.

I pannelli solari scoperti , infine, sono privi di vetro e l’acqua passa direttamente all’interno dei tubi del pannello, dove viene riscaldata direttamente dai raggi solari ed è pronta per essere usata. Essi sono adatti nella stagione estiva per il riscaldamento delle piscine scoperte, per le docce esterne nei campeggi, al mare, producendo acqua calda a circa 40°.

Tutti gli edifici che dispongono di uno spazio soleggiato (tetto inclinato, tetto terrazzato, giardino, ..) possono essere dotati di un impianto solare per la produzione di acqua calda sanitaria. Il costo dell’installazione è tanto più basso quanto più facile è l’accesso a tali luoghi e quando gli ancoraggi sono più semplici (es. in giardino). I pannelli vanno orientati verso sud, con una tolleranza di deviazione verso est o verso ovest di 30° ed essere inclinati di circa 35-40° rispetto al piano orizzontale. Per calcolare le dimensioni dei pannelli solari da installare si deve tener conto del prevedibile consumo di acqua calda della struttura che serve. In media si può considerare una produzione di acqua di 80-100 litri/giorno, alla temperatura di 40°, per ogni metro quadrato di pannello istallato.

La cosa migliore è progettare la ristrutturazione o la realizzazione ex novo dell’edificio agrituristico prevedendo tutti i collegamenti e gli accorgimenti necessari per l’istallazione di un sistema solare. Tuttavia, se nell’edificio esiste una caldaia istantanea a gas a controllo elettronico per la produzione dell’acqua calda sanitaria, è possibile collegare il sistema solare all’impianto termico esistente. Se non è possibile collegarsi alla caldaia a gas, occorre inserire nel serbatoio una resistenza elettrica. Altra possibilità è quella di prevedere un sistema integrato di riscaldamento dell’acqua: caldaia a condensazione, caldaia a biomasse e sistema solare.    

Un buon sistema di riscaldamento alimentato dall’energia solare integrata a quelle delle biomasse o da una caldaia a condensazione è quello a battiscopa, a pavimento e a parete. Questi sono costituiti da tubi in rame o tubi in polietilene reticolato ad alta densità, in cui circola acqua calda ad una temperatura massima di 45° che corre dietro al battiscopa, sotto il pavimento o a parete. Questi impianti permettono una regolazione omogenea della temperatura e del grado di umidità, generano un riscaldamento radiante, non alzano polveri, richiedono temperature più basse rispetto ai sistemi tradizionali, consentendo un buon risparmio di energia.

 


Il piccolo impianto eolico

La Conferenza di Kyoto ha impegnato tutti i Paesi a sviluppare l’utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili per contenere il consumo di combustibili fossili e ridurre le emissioni inquinanti in atmosfera che provocano l’effetto serra.

Fra le fonti energetiche rinnovabili, il vento è una risorsa disponibile, ecologica e sostenibile e un’opportunità anche per piccole utenze civili private come agriturismi, fattorie, campeggi, rifugi, utenze domestiche isolate.

Rispetto agli impianti industriali, il micro-eolico ha un impatto visivo e ambientale ridotto, di poco superiore a un’antenna parabolica. Gli impianti di piccole o piccolissime dimensioni possono essere utilizzati da soli o accoppiati con i pannelli fotovoltaici, per fornire elettricità a zone isolate e comunque difficilmente raggiungibili dalla rete elettrica.

Indicativamente gli impianti fino a 20 KW servono per produrre energia per l’autoconsumo, mentre in quelli di potenza maggiore una parte dell’energia può essere immessa nella rete con un maggiore ritorno economico.

Gli impianti micro-eolici di potenza nominale superiore ai 20 KW devono essere denunciati all’Ufficio Tecnico di Finanza come Officine Elettriche e in quanto tali  possono essere connessi alla rete nazionale di Bassa Tensione (gri-connected) con il net metering.  Esso è un sistema di scambio con la rete elettrica nazionale che consente di cedere energia quando la propria produzione è in eccesso e di riceverla quando non è sufficiente. Il sistema funziona mediante contatori reversibili che contabilizzano sia l’energia ceduta che quella prelevata.

Gli incentivi sono, dunque, uguali a quelli degli impianti eolici di taglia maggiore e cioè:

  • priorità di dispacciamento in quanto impianti alimentati da Fonti Energetiche Rinnovabili;
  • vendita dell’energia ad un prezzo incentivato, definito dall’Autorità per l’energia;
  • possibilità di ottenere e di vendere i Certificati Verdi e i Certificati RECS, qualora la produzione di energia elettrica annua superi i 50 MWh.

Gli impianti micro-eolici di potenza nominale inferiore ai 20KW non sono considerati Officine Elettriche e conseguentemente non hanno diritto alla vendita dell’energia elettrica prodotta. L’incentivo fondamentale è che, ai sensi della Legge 133/99, non vi è imposizione fiscale sull’energia elettrica prodotta e pertanto non è necessaria la denuncia all’Ufficio Tecnico di Finanza.

Gli aerogeneratori di piccola taglia hanno microturbine di inferiori dimensioni rispetto ai grandi impianti eolici, sono molto avanzati in termini tecnici, economici e applicativi, necessitano di spazi limitati, sono relativamente poco visibili e hanno una manutenzione e gestione abbastanza semplice. Favoriscono, inoltre, la generazione diffusa di energia elettrica; rappresentano una forma di generazione elettrica distribuita, semplice e spesso conveniente; permettono soluzioni di connessione alla rete difficilmente attuabili altrimenti. Unica attenzione è valutare bene l’impatto acustico; per attenuare il rumore bisogna fare una giusta scelta del modello di turbina e del sito di installazione.

La maggior parte dei microgeneratori eolici sono dei piccoli rotori a tripala ad asse orizzontale; fra le turbine ad asse verticale vi è la macchina Savonius, capace di avviarsi anche con vento debole e impiegata soprattutto per il pompaggio dell’acqua.

Prima di qualsiasi intervento, in ogni caso, è necessario effettuare uno studio di fattibilità dell’eventuale micro-impianto per valutare l’entità dei costi da sostenere e il loro rientro economico, la scelta delle macchine più appropriate e il loro dimensionamento.


 

L’impianto elettrico biocompatibile

Progettare un impianto elettrico biocompatibile non è particolarmente complesso, ma ha risvolti determinanti. Le più recenti ricerche scientifiche, infatti, hanno accertato che la presenza di campi elettromagnetici danneggia sensibilmente la salute dell’uomo. provocando insonnia e indebolimento del sistema immunitario, mal di testa. Per comprendere la portata del fenomeno basta pensare che l’uomo trascorre circa un terzo del suo tempo a dormire.

Un buon tecnico elettricista può consigliare l’impostazione generale dell’impianto a seconda dell’utilizzo delle stanze. In generale gli elementi più importanti per rendere un impianto biocompatibile e abbassare il più possibile il campo elettromagnetico generato dai fili elettrici, sono:

– progettare un impianto elettrico cosiddetto “a stella” con fili che partono da un unico punto, confluiscono ciascuno in una presa e ritornano indietro;  

– attenuare gli effetti negativi dei campi elettromagnetici sulle funzioni biologiche durante il sonno con l’installazione di un disgiuntore elettrico (o biointerruttore) che interrompe il flusso della corrente elettrica a 220Volt nelle zone notte dell’agriturismo, quando non è richiesta energia elettrica;

– evitare di posizionare quadri elettrici nelle camere;

– evitare punti luce e prese nelle vicinanze dalla testata dei letti.

Altro intervento è l’utilizzo di cavi elettrici schermati, ma il loro costo è ancora troppo alto sul mercato, pertanto, l’utilizzo è limitato.

L’illuminazione è la prima e la più diffusa delle applicazioni elettriche di un edificio.  Quindi, utilizzare nel modo migliore l’energia elettrica per l’illuminazione di una Fattoria del Panda diminuisce il costo della bolletta e migliora il benessere visivo.

L’efficienza luminosa di una lampada si esprime in Lumen/Watt (Im/W).

Esistono due tipi di lampade, a differente efficienza: le lampade tradizionali (ad incandescenza e alogene) e quelle a basso consumo (lampade fluorescenti compatte e al neon). Per esempio, una comune lampada a incandescenza da 150 Watt emette circa 2000 Lumen, cioè 13 Lumen per ogni Watt assorbito, mentre una lampada fluorescente a basso consumo raggiunge gli 80 Im/W. Le lampade che hanno efficienza luminosa superiore a 50 Im/W sono classificate lampade a basso consumo e sono quelle da preferire all’interno di una struttura agrituristica, soprattutto negli ambienti utilizzati frequentemente. Anche la durata fra le due tipologie di lampade è diversa: quelle tradizionali durano in media 1000 ore, quelle a basso consumo durano circa 8000 ore, anche se hanno un costo superiore.


 

L’energia elettrica fotovoltaica

La parola fotovoltaico deriva da photo=luce e voltaico=elettricità e significa elettricità prodotta attraverso la luce. L’effetto fotovoltaico si basa sulla capacità di alcuni semiconduttori, come il silicio, di generare direttamente energia elettrica quando vengono esposti alla radiazione solare. Si tratta dello stesso silicio adoperato dall’industria elettronica, il cui costo è molto elevato.

La conversione della radiazione solare in energia elettrica avviene nella cella fotovoltaica, che è l’elemento base del processo di trasformazione. Poiché le celle forniscono valori di tensione e corrente limitati, sono estremamente fragili, elettricamente non isolate e prive di un supporto meccanico. Vengono assemblate in modo da costituire un’unica struttura: il modulo fotovoltaico, che diventa una struttura robusta e maneggevole. I moduli possono avere dimensioni diverse; i più diffusi sono costituiti da 36 celle collegate elettricamente in serie e assemblate fra uno strato superiore di vetro e uno strato inferiore di materiale plastico (Tedlar). Il semilavorato così preparato viene posto in un forno ad alta temperatura, sotto vuoto spinto. Il risultato è un blocco unico laminato in cui le celle sono annegate nel materiale plastico fuso ed aggiunte le cornici in alluminio.

Più moduli fotovoltaici assemblati meccanicamente tra loro formano il pannello, mentre un insieme di moduli o pannelli, collegati elettricamente, formano la stringa. Più stringhe collegate costituiscono il generatore fotovoltaico in grado di fornire le caratteristiche di tensione e potenza richieste per le diverse applicazioni.

La quantità di energia prodotta da un generatore fotovoltaico varia in funzione del soleggiamento e della latitudine della località; non è quindi costante e viene prodotta in forma continua. Per disporre di corrente elettrica alternata si utilizza generalmente un dispositivo statico (inverter) che converte la corrente continua in alternata.

Gli impianti fotovoltaici, costituiti da un insieme di componenti meccanici, elettrici ed elettronici, possono essere divisi in due categorie:

  • sistemi connessi in rete (grid connected), cioè collegati alla rete elettrica nazionale e, quindi, in grado di trasferire il surplus di energia elettrica prodotta nelle ore diurne alla rete;
  • sistemi isolati (stand alone) utilizzati generalmente per utenze con bassissimi consumi di energia. Essi accumulano l’energia in una serie di batterie in modo da garantire una sufficiente autonomia per i periodi in cui il sistema fotovoltaico non produce corrente.

Il fotovoltaico, come il solare, è una tecnologia perfettamente integrabile in ogni tipologia edilizia, ha il vantaggio di utilizzare direttamente l’energia elettrica nello stesso luogo in cui viene prodotta, recupera l’energia termica che altrimenti andrebbe persa e posoi sopra alle vetrate esposte a sud servono anche da frangisole, riducendo il caldo estivo.

L’analisi di tutti gli aspetti economici relativi a un impianto fotovoltaico è assai complessa e ogni applicazione deve essere valutata tenendo conto dell’energia elettrica prodotta, della durata dell’impianto (stimata intorno ai 25 anni), delle difficoltà di collegamento alla rete elettrica, degli incentivi disponibili, ecc.

In ogni caso un impianto fotovoltaico anche piccolo richiede, oggi, un forte impegno di capitale iniziale, anche se successivamente le spese di gestione e di manutenzione saranno molto basse.